L’ispirazione per me è un sogno particolareggiato. Un immagine nitida creata dalla mia fantasia. Una canzone che mi aiuta a fantasticare. Un edificio storico in una città misteriosa.
Di solito non sono io che cerco le storie ma sono loro che cercano me: comincio a scrivere di una ragazzina orfana e finisco con fare ricerche su società segrete e eterocromia (da wikipedia: la caratteristica somatica di quegli individui che presentano differente colorazione di due parti del corpo omologhe. Solitamente si intende nello specifico la differente colorazione delle iridi).
Oppure per caratterizzare un personaggio (nello specifico Giò di “Nico, Alice e l’isola del drago”) mi invento che è appassionato di astronomia, così, quando nella storia i protagonisti ritrovano una mappa antica, una notte mi sveglio chiedendomi perché questa non possa essere una carta stellare – e così la mia storia prende una piega tutta sua che non avevo previsto quando ho cominciato a scriverla.
Ho imparato a prendere appunti, mentre scrivo, tenere nota delle caratteristiche di ogni personaggio, della timeline, per far sì che tutto torni, che ci sia omogeneità nella storia, evitando dove possibile, forzature.
Ma non faccio schemi: cerco di tenermi in testa tutto quello che posso, perché finché è solo nella mia mente può essere ancora cambiato, può ancora cambiare.