In questa ennesima domenica di pioggia mentre cercavo qualcosa da far fare a mio figlio di nove anni – che si stava annoiando ma non ne voleva sapere di fare i compiti delle vacanze – mi sono trovata a chiedermi se il piacere della lettura sia innato o se si possa in qualche modo apprendere (e quindi anche trasmettere).
Io sono cresciuta in una famiglia di grandi lettori: mio padre e mia zia hanno case che scoppiano letteralmente di libri, per la maggior parte della loro vita li ho visti leggere anche un paio di romanzi a settimana (mai contemporaneamente, come filosofia di vita), li ho visti leggere qualsiasi cosa capitasse loro a tiro (romanzi storici, saggi economici, biografie, libri di poesie, horror, romanzi d’amore, thriller, classici).
Leggevano prima di cena, dopo il lavoro, invece di vedere la televisione, dopo cena, a letto, prima di addormentarsi; ma il loro meglio lo riservavano per le vacanze, coinvolgendo spesso anche noi bambini: gare di lettura, discussioni su personaggi, consigli, analisi sulle trame, novità.
Senza neanche uscire di casa io e mio fratello avevamo il nostro circolo di lettori privato, in salotto tutte le sere.
Io da quando riesco a ricordare adoravo leggere e passavo il tempo ad ammirare mio padre che riusciva a finire un John Grisham in un pomeriggio e nella notte successiva.
Mio fratello, di quasi quattro anni più giovane, da piccolo leggeva a fatica Topolino.
Stessa famiglia, stessi esempi, stesso DNA (mischiato in modo diverso, ok).
Non era pigrizia perché a scuola è sempre stato bravissimo, molto più di me. Semplicemente non ci trovava quello che a noi piaceva tanto: non capiva la magia, l’aria fresca che sentivo in un’estate torrida leggendo Il Signore degli Anelli, lo sconforto mentre mi immergevo letteralmente in un Mishima o in certi thriller nordeuropei ambientati durante le lunghe notti invernali, la voglia di partire che mi mettevano i primi Rollins, l’affetto vero che provavo per i personaggi di tutti i romanzi di Michael Chabon, il trasporto per certe storie di cui ricordo ancora tantissimi particolari, come se le avessi lette ieri.
Per lui leggere era un dovere, qualcosa che ti obbligavano a fare a scuola per migliorare la conoscenza della lingua italiana, ma niente di più.
Più tardi, finita anche l’università  ha cominciato a leggere solo ciò che lo incuriosiva, ha capito cosa faceva davvero per lui e adesso legge molto più di quando era costretto a farlo (nonostante un lavoro molto impegnativo e la famiglia).
Ma questo non fa che portarmi alla domanda iniziale di questo post “Il piacere della lettura è innato o si può in qualche modo apprendere (e quindi trasmettere)?”
Mi piacerebbe credere che vedere noi tre così appassionati a storie e personaggi, anche a distanza di anni, abbia almeno un po’ ispirato mio fratello a non abbandonare la lettura ma a continuare a cercare ciò che gli piacesse davvero.
Mi piacerebbe credere che anche mio figlio di nove anni senta il sole sulla faccia e la brezza che gli accarezza i capelli, quando legge che il protagonista del libro che sta leggendo passeggia in una giornata d’estate sul bagnasciuga; oppure che gli venga fame quando qualcuno descrive dettagliatamente un banchetto (a me è successo più di una volta).
Per adesso lo accompagno in libreria a scegliere le sue prossime letture (obbligatorie) per le vacanze estive e, quando si annoia perché il temporale non gli permette di giocare all’aperto o andare in bicicletta, tra un cartone animato in televisione e l’ultima versione di FIFA, gli propongo sempre anche un libro.